L'apprendimento è il motore della crescita personale. Ogni nuova competenza acquisita, ogni concetto compreso in profondità, ogni abilità sviluppata con la pratica ci trasforma in qualcosa di leggermente diverso — e, speriamo, migliore — da ciò che eravamo prima.

Eppure, spesso affrontiamo l'apprendimento con schemi mentali superati, convinti che l'unico modo efficace sia studiare intensamente in un unico ambiente, ripetere più volte lo stesso concetto, e non distrarsi mai. La ricerca cognitiva degli ultimi decenni ha dimostrato che queste convinzioni sono spesso sbagliate.

I vantaggi della varietà

Nel suo libro L'arte di imparare, Benedict Carey raccoglie decenni di ricerca sull'apprendimento efficace. Uno dei risultati più sorprendenti riguarda l'ambiente di studio.

Un esperimento condotto da Smith, Bjork e Glenberg ha dimostrato che studiare lo stesso materiale in ambienti diversi — invece di tornare sempre nello stesso posto — migliora significativamente la memorizzazione a lungo termine. Il cervello associa i concetti a più contesti, rendendoli più facilmente accessibili in situazioni variabili.

Lo stesso principio vale per il modo in cui organizziamo lo studio: alternare argomenti diversi (interleaving) è generalmente più efficace che dedicarsi a lungo a un singolo argomento prima di passare al successivo, anche se inizialmente sembra meno produttivo.

Il valore inaspettato del dimenticare

Uno degli aspetti più controintuitivi della ricerca sull'apprendimento riguarda il dimenticare. Siamo abituati a considerarlo un problema da evitare. In realtà, il dimenticare può essere un alleato inaspettato.

Quando lasciamo passare del tempo prima di ripassare un argomento — quando cioè abbiamo già parzialmente dimenticato — lo sforzo di recuperare l'informazione dalla memoria rafforza la traccia mnestica molto più efficacemente della semplice ripetizione immediata. È il principio della pratica distribuita, o spaced repetition.

Ma c'è di più. Un influente studio del 1991 intitolato Incubation and the Persistence of Fixation in Problem Solving ha evidenziato come allontanarsi temporaneamente da un problema difficile — la fase di incubazione, possa portare a intuizioni creative che la perseveranza ossessiva non avrebbe prodotto.

Le tre fasi del problem solving creativo

Questo ci porta a un modello classico del pensiero creativo che si articola in tre fasi:

  1. Preparazione: ci immergiamo nel problema, raccogliamo informazioni, esploriamo approcci diversi.
  2. Incubazione: ci allontaniamo consapevolmente dal problema. Il cervello continua a lavorare in background, senza la pressione della coscienza focalizzata.
  3. Illuminazione: il momento dell'«aha!», l'intuizione improvvisa che spesso arriva proprio quando non stiamo cercando attivamente la soluzione.

Distrazione come strumento

Guardare la televisione, scrollare i social media, fare una passeggiata: queste attività non sono necessariamente nemici della produttività. In certi momenti e con la giusta consapevolezza, possono essere strumenti per favorire la fase di incubazione.

La chiave è la consapevolezza. Sapere quando ha senso allontanarsi da un problema e quando invece è necessario restare focalizzati richiede una conoscenza di sé che si sviluppa con l'esperienza e con la riflessione.

Riscoprire l'apprendimento significa anche imparare a imparare: conoscere le strategie cognitive più efficaci e applicarle con intelligenza ai diversi contesti e sfide della nostra vita.

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